
Semi di luce in terra di conflitto: l'arte di agire senza re-agire
Niccolò Angeli ·
Se osserviamo la Natura, si vede bene che l’energia fluisce sempre dall’immateriale verso il materiale. Guardiamo una quercia: prima c’è l’impulso vitale invisibile, poi la gemma, infine la foglia che possiamo toccare.
Riportandolo alla dimensione umana potremmo dire: pensiero/emozione > parole > azioni.
L’azione fisica è parte naturale del processo di creazione, è come il “troppo pieno” dove l’energia immateriale deborda in un’azione fisica in modo molto spontaneo.
Ma… c’è un grande MA qui.
In questo momento storico, mentre assistiamo al dolore che si perpetua tra Israele e Palestina, vedo emergere nelle comunità spirituali un dibattito ricorrente: meglio l’azione concreta o il lavoro energetico? Meglio scendere in piazza o meditare per la pace?
La maggior parte dell’attivismo si preoccupa tantissimo dell’azione senza preoccuparsi della sorgente di quell’azione. E spesso quell’azione viene da spazi di rabbia, frustrazione, paura, senso di impotenza. Anche quando le intenzioni sono pure, anche quando il cuore è nel posto giusto.
Non si può combattere il fuoco con il fuoco. Un’azione che nasce dalla re-azione, dalla risposta emotiva al dolore che vediamo, a lungo termine sarà sempre un buco nell’acqua, o peggio, seminerà in nuove forme proprio ciò che si voleva estirpare. È la storia di tantissime rivoluzioni che hanno cambiato i volti del potere ma non la sostanza della violenza.
Ma… c’è un altro grande MA qui.
Alcune rivoluzioni sono state grandi esempi di come l’azione può invece essere messaggera di un intento luminoso, capace di produrre cambiamenti stabili e duraturi. Spesso la parola chiave è “non violenza”, ma non nel senso passivo del termine.
Gandhi che attraverso la satyagraha libera l’India dall’Impero Britannico. Martin Luther King che trasforma l’America con marce e sogni invece che con pugni. La Rivoluzione di Velluto in Cecoslovacchia, dove studenti e artisti come Václav Havel rovesciano un regime con fiori invece che con armi. Solidarność in Polonia, dove operai cantano invece di combattere e smantellano il comunismo pezzo per pezzo.
In ognuna di queste storie, l’azione nasce da un luogo diverso. Non dalla reattività, ma dalla chiarezza. Non dalla rabbia che vuole distruggere, ma dalla visione che vuole creare. Non dal bisogno di “fare qualcosa” per placare l’angoscia interiore, ma dall’energia che trabocca naturalmente quando si è allineati con qualcosa di più grande.
Non sto criticando chi in questo momento si impegna concretamente, chi manifesta, chi dona, chi si attiva. Il mondo ha bisogno di cuori che si muovono. Ma credo profondamente che il lavoro energetico - la meditazione, la preghiera, l’invio di energia di pace, il lavoro su di sé - debba sempre venire prima. Non come alternativa all’azione, ma come suo fondamento.
Quando meditiamo per la pace, quando lavoriamo sulla nostra rabbia, quando trasmutiamo la nostra disperazione in compassione, stiamo facendo qualcosa di concreto. Stiamo cambiando il campo energetico del pianeta. Stiamo seminando pace dove prima c’era caos interiore.
E se da questo spazio nasce naturalmente l’impulso all’azione? Ben venga. Ma sarà un’azione diversa. Sarà azione che guarisce invece di perpetuare. Azione che unisce invece di dividere. Azione che trasforma invece di reagire.
Forse il segreto non è scegliere tra meditazione e manifestazione, tra energia e azione. Forse il segreto è riconoscere che quando l’azione diventa espressione naturale di un’energia allineata, ecco che i cambiamenti diventano non solo possibili, ma duraturi.
E in un mondo che ha così disperatamente bisogno di pace vera, forse è proprio questo tipo di azione di cui abbiamo bisogno.


